

Ci hanno sempre raccontato che la nebbia era così fitta a volte, che non si riusciva nemmeno ad imboccare il viale che portava alla Pradora e che in inverno, dalle travi sopra il letto, scendevano ben visibili dei candelotti di ghiaccio che solo il pensiero “dal fog a let” (il fuoco a letto ovvero le braci sotto le coperte) invogliava ad entrare in quelle stanze fredde ed umide.
…e poi c’erano anche i piatti che servivano a scaldare il corpo ma anche l’anima, come la polenta, servita con un rito tutto suo.
Dopo aver mescolato per un’ora abbondante di continuo per non “farla attaccare”, si rovesciava quella colata di oro giallo su un tagliere di legno rotondo, compattando con il dorso del cucchiaio i bordi, per evitare che tracimassero fuori dal tagliere.
Qualche minuto di attesa, che serviva a dare modo alla polenta di intiepidirsi leggermente e far formare quella sottile pellicina esterna, sotto la cui superficie si manteneva a lungo il calore.
Poi il taglio con il filo da cucito: una magia racchiusa in un gesto così semplice ed essenziale, che però nascondeva un rispetto totale anche per un piatto definito povero…. il taglio netto prodotto dal filo, consentiva alla rezdora di porzionare la polenta in fette con i bordi perfetti, come veri e propri lingotti.
Il passaggio successivo era il condimento e, anche qui, un altro gesto indimenticato; un generoso pezzo di burro, infilzato dai rebbi della forchetta, veniva “strofinato” più volte sulle fette ancora caldissime di polenta e la dose di burro che fondendosi, si distribuiva uniformemente, era esattamente quella che serviva, senza sprechi. Poi un’abbondante manciata di Parmigiano Reggiano cadeva, coprendo tutto e diventando sempre grazie al calore, un tutt’uno per il palato.


La seconda versione di polenta “consa” (condita) prevedeva un semplicissimo sugo di pomodoro, sempre accompagnato dalla solita spolverata di Parmigiano Reggiano e, solo nelle occasioni molto importanti, il sughetto si addizionava di golosi pezzetti di salamino con qualche rametto di rosmarino.
…e la magia continuava il giorno successivo già a partire dalla colazione, con gli avanzi di polenta che venivano intinti nel latte e poi a pranzo o a cena finivano arrostiti a cubettoni e accompagnati con il lardo oppure a fettine sottili e poi fritta in abbondante olio.
Se come noi, avete già l’acquolina in bocca, ecco il link per la ricetta:
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