

A mia Nonna Giulia
La scena era più o meno questa; suono il campanello, mia nonna si affaccia per vedere chi è e mi apre la porta, salgo le scale, attraverso la sala e arrivo in cucina dove c’è lei, spesso intenta a sfogliare “Famiglia Cristiana” o a leggere per l’ennesima volta il libro sul Papa Buono (il suo preferito) tanto che ormai le pagine si staccano a forza di essere girate e rigirate.
Parliamo del più e del meno, mi elenca i suoi malanni, condivide qualche episodio di gioventù come gli escamotage per sfamare i 3 figli in tempi non proprio semplicissimi, qualche domanda su parenti che non vede da un po’ …e poi il gran finale:
“Nonna cosa mangi stasera?”
“Am fag ‘na bela panadela!”
Momento Quark: dicesi “Panadella” (panadela, vulgaris) quella sorta di zuppa ottenuta da pane raffermo, acqua, sale, un goccio di olio e una bella manciata di Parmigiano Reggiano (quando c’era!).
E’ la zuppa di recupero per eccellenza, il piatto di quando avevi fame ma in casa c’era solo pane vecchio, che allora certo non si buttava, ma serviva a contenere le spese e riempire le pance dei tanti (troppi) commensali.
La volevamo provare da tanto perché sapevamo che non appena avessimo assaggiato la prima cucchiaiata saremmo stati inglobati dal passato e da tutti i suoi profumi e sapori…. ed è stato esattamente così!
Non fatevi ingannare dall’aspetto….. questa ricetta viene da un tempo in cui non si mangiava con gli occhi perché a volte non si aveva nemmeno quelli per piangere. E’ una ricetta che si guarda con il cuore e con la curiosità di chi quei sapori magari non li ha mai provati.
Questa era la cena di mia nonna, praticamente sei giorni su sette, perché al settimo c’era il brodo di carne… e poi si ricominciava.
Ps. mia nonna Giulia aveva anche un mantra che recitava più o meno così;
“La vìta l’è ‘na gran arciavada “…. tradotto: la vita è una grande fregatura, ma questo lo teniamo per un’altra ricetta!
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