Pitaciò ro ro

Pitaciò ro ro / Sat t’in völ at t’in darò

Sat t’in’ völ miga / At farò sonär la piva

Non è una semplice filastrocca, ma 17per noi bambini era una vera e propria formula magica.

La ripetavamo due o tre volte con in mano il gambo del pitaciò (il fiore del tarassaco), scuotendolo a ritmo con l’indice, aspettando la fine della filastrocca quando finalmente avremmo potuto soffiare dentro il gambo del fiore che essendo vuoto avrebbe dovuto suonare come una piva… Non sempre suonava in effetti e proprio questo rendeva il gioco più interessante….

Era uno dei tanti passatempi che i nonni insegnavano ai bambini, quando eri ancora troppo piccolo per la briscola e il caffè allungato con l’acqua.

Avete presente quando dicevamo che ci piace mettere i ricordi in pentola? Ecco…. questo è uno degli esempi più azzeccati, perchè in pentola ci sono finiti i pitaciò… beh,non proprio… per la precisione l’asprella.

Dicesi “asprella” quell’erba spontanea che cresce nei campi incolti, chiamato “tarassaco” dai più eruditi e “pisacan” dai più agricoli.

La raccolta delle asprelle è un vero e proprio rituale; ci vuole un campo lontano da strade trafficate, non trattato con concimi chimici e ovviamente bisogna sapere bene distinguere le asprelle da altre erbe simili ma meno gustose (se non addirittura non commestibili).

Per una “mission” così abbiamo scomodato due persone ”d’esperienza”, perché a Primo e la Paola, i miei zii, puoi dire tutto tranne che chiamarli “anziani”!

Camminatori seriali e amanti della natura, 3 anni fa si sono fatti tutto il cammino di Santiago (800 km!!!). Sono persone speciali e anche questa volta è bastata una telefonata e via!…. pronti a dar retta a quella nipote “strana” che una ne fa e cento ne pensa, con cestino e coltello in giro per le colline di Barbiano a raccogliere asprelle.


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